La Porta Alchemica di Piazza Vittorio

Anche se non rientra nei consueti itinerari turistici, Piazza Vittorio rappresenta una meta non priva d’interesse storico-artistico. Completata nel 1887, la piazza rivela nella sua forma, nello stile monumentale degli edifici e nella presenza del porticato a colonne che la circonda sui quattro lati, la sua origine umbertina: appare anzi la realizzazione più significativa nell’ambito dell’intervento urbanistico “piemontese”, che nel quartiere Esquilino fu particolarmente invasivo comportando la distruzione di strade, piazze e perfino chiese. Nei giardini della piazza è possibile ammirare il Ninfeo di Alessandro Severo, risalente al 226, sorto come fontana e castello d’acqua a tre piani, con la funzione di raccogliere dall’alto l’acqua proveniente dall’acquedotto dell’Aqua Iulia e distribuirla, attraverso un sistema di canalizzazioni e di vasche, alle aree cittadine più depresse.
Ma la curiosità maggiore è rappresentata dalla cosiddetta Porta Alchemica, posta di fronte al Ninfeo e detta anche Porta Magica. È tutto ciò che resta della villa del marchese Massimiliano Palombara di Pietraforte, che sorgeva quasi in corrispondenza del perimetro della piazza. La Porta fu costruita probabilmente nel 1680 e costituiva uno dei cinque ingressi alla villa Palombara. Per la sua particolarità, venne salvata dalla distruzione e posizionata nel giardino: vi furono affiancate due statue gemelle rappresentanti il dio Bes, di cui era vivo il culto nella Roma imperiale, provenienti dal Tempio di Serapide sul Quirinale.
Il marchese Palombara, amico e protetto di Cristina di Svezia, condivideva con la regina l’interesse per la scienza alchemica. Cristina di Svezia, infatti, accoglieva nella sua residenza di Palazzo Riario, oggi Palazzo Corsini alla Lungara, alchimisti, esoteristi e rosacrociani, autori di trattati molto conosciuti all’epoca.
Esaminando la porta, si possono osservare diversi simboli alchemici. In particolare, sull’architrave appare un fregio con il Sigillo di Salomone, conosciuto anche come Scudo o Stella di Davide, all’interno di un disco marmoreo recante lungo il bordo l’iscrizione traducibile con Tre sono le meraviglie, Dio e Uomo, Madre e Vergine, Trino e Uno; al Sigillo di Salomone è sovrapposta la Croce dei quattro elementi, dentro la quale è un cerchio, il cui centro è l’oculus, simbolo della perfezione del Sole e dell’oro. Sempre sull’architrave si nota la scritta ebraica Ruach Elhoim, vale a dire Spirito del Signore. Sei iscrizioni latine compaiono sugli stipiti, ciascuna riferita a un pianeta e al metallo a esso associato – il piombo per Saturno, il ferro per Marte, il mercurio per Mercurio, lo stagno per Giove, il rame per Venere e l’oro, come si è detto, per il Sole -. La trasmutazione dei metalli in oro, simbolo di perfezione, era, com’è noto, l’oggetto principale della ricerca alchemica e il suo fine, tanto materiale che spirituale, concreto e simbolico al tempo stesso, che soltanto il saggio, al termine di un lungo itinerario, poteva perseguire.

Di Stefano Iatosti